Questa domanda se la porranno gli studiosi che si ritroveranno tra il 13 e il 15 aprile prossimi a Memphis, nel Tennessee, per partecipare all'incontro annuale della
Società americana di sismologia,
sia perché anche negli anni '50 e '60 del secolo scorso si verificò una concentrazione di grandi eventi sismici:
nel 1950, in Tibet, magnitudo 8,6;
1952, Kamcatka in Russia, magnitudo 9,0;
1957, un terremoto in Alaska di magnitudo 8,6;
in Cile, nel 1960, il più potente di tutti, da 9,5;
nelle isole Curili, 1963, magnitudo 8,5;
in Alaska, nel 1964, raggiunge una magnitudo di 9,2;
ancora in Alaska nel 1965 di magnitudo 8,7.
Questa gragnola aveva seguito un lungo periodo in cui i grandi terremoti, di magnitudo pari ad almeno 8,5, se ne erano verificati pochi.
Il 26 dicembre 2004 un terremoto di magnitudo 9,1 tra Sumatra e le isole Andamane sconvolge l'Indonesia.
Erano 40 anni che, nel mondo, non si registrava un terremoto di magnitudo uguale o superiore a 8,5.
Poi, in successione:
il 28 marzo 2005, un altro terremoto a Sumatra di magnitudo 8,6;
ancora a Sumatra il 12 settembre 2007 un sima di magnitudo 8,5;
il 27 agosto 2008 un sisma in Siberia di magnitudo 9,0;
il 27 febbraio 2010 un terremoto in Cile raggiunge magnitudo 8,8;
infine, dieci giorni fa, l'11 marzo 2001, ecco l'interminabile scossa in Giappone che raggiunge magnitudo 9,0.
Almeno
sei grandi terremoti in soli sette anni, dopo quarant'anni di sostanziale assenza.
Come mai, dunque, questa concentrazione in periodi relativamente brevi? C'è una
correlazione tra loro, anche quando sono a così grande distanza non solo nel tempo ma anche nello spazio?
Gli esperti sono molto prudenti nel trarre conclusioni.
Non ci sono serie storiche relativa ai secoli precedenti il XX.
E tuttavia, come spiega Aldo Zollo, sismologo dell'università Federico II di Napoli, in un articolo su Scienzainrete, la ciclicità statistica dei grandi terremoti è un'ipotesi abbastanza fondata
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