dal sito de Il Messaggero (7 maggio 2009): Cialente: "volevano trasferire i dipendenti pubblici". Ordinanza revocata.
Un secondo terremoto: l'ha chiamato così il sindaco Massimo Cialente, l'ha evitato martedì notte dopo un fitto scambio di telefonate con Gianni Chiodi e col sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. «Volevano deportare gli aquilani, annullare la città e tutti i suoi sforzi»: secondo il primo cittadino nell'ordinanza della presidenza del consiglio dei ministri numero 3762 del 4 maggio scorso, all'articolo 11, si stabiliva che "tutti gli uffici pubblici dell'Aquila vengono trasferiti in città limitrofe in altri uffici esterni al capoluogo". «In questo modo avrebbero annullato ogni speranza di ricostruzione, avrebbero scoraggiato tutti noi - ha aggiunto Cialente - Sia chiaro: io non spero di vedere L'Aquila ricostruita, ma lo sforzo lo stiamo facendo per i nostri figli». Nell'ordinanza si parlava di trasferimento per tutti i dipendenti pubblici, del Comune, della Provincia e delle Asl.
L'ordinanza è stata revocata in tutta fretta nella notte, prima della pubblicazione che sarebbe dovuta avvenire ieri mattina, come riferisce Cialente, grazie all'intervento di Gianni Letta.
«Credo che sia stato un mero errore.
Chiedo nel nome di tutti i nostri morti, nel nome di chi sta in tenda, che da oggi in poi ci sia più attenzione.
Sono sicuro che Bertolaso non ne sapesse nulla, come non ne sapeva nulla Chiodi».
Secondo la Regione, il provvedimento è nato dalla necessità di far tornare al lavoro circa tremila dipendenti, in particolare medici, paramedici e impiegati della Asl.
Per Chiodi «quanto è successo è strumentalizzabile ma l'unica volontà era solo quella di dare possibilità di lavoro a persone a cui viene pagato lo stipendio.
In questo momento non si può ferire la sensibilità di nessuno e risolveremo il problema in altro modo. Per ora l'ordinanza è stata giustamente bloccata».
Bloccata in seguito al pressing di Cialente, del ministro ombra della Giustizia per il Pd Lanfranco Tenaglia e del parlamentare Giovanni Lolli, che ne hanno parlato dettagliatamente alla fine del consiglio regionale.
La pensa diversamente il sottosegretario Guido Bertolaso: «E' stato un errore, e il sindaco poteva evitare di dirlo. Averlo sbandierato in questo modo e nell'occasione del consiglio regionale solenne, è stata una grave leggerezza».
«Nessuna funzione verrà trasferita dall'Aquila, nemmeno temporaneamente, e non c'è alcun atto che possa far presupporre il contrario - dice il coordinatore del Pdl Filippo Piccone - Se davvero l'opposizione vuole contribuire alla ricostruzione, la smetta di creare insicurezza agitando fantasmi che non esistono, e di infierire per meri fini di parte sul disagio delle popolazioni colpite».
Lilli Mandara, L'Aquila (7 maggio 2009) ____________________________________
dal sito de Il Messaggero (2 maggio 2009): "In questi giorni si parla e si continua a parlare solo delle case e degli appartamenti da ricostruire, dei finanziamenti e delle agibilità, ma non si parla delle persone che abitavano in quelle case, di tutti quei giovani morti in un quella tragica notte tra il 5 e 6 aprile e dei loro familiari rimasti soli nel dolore, dolore provocato anche da domande a cui chi di dovere non dà delle risposte." "Tra le varie domande quelle che più attanagliano le nostri menti e che non ci fanno dormire - dice Sergio Bianchi padre di Nicola - e che ci tolgono il respiro, sono: Perché la protezione civile non ha tenuto conto del telegramma spedito dal Sindaco de L'Aquila il 2 aprile e che chiedeva lo stato di allerta? Perché le parole di Giuliani non sono state prese in considerazione, ed invece di istruire la popolazione su come comportarsi e difendersi da un sisma hanno invitato la popolazione a stare tranquilli ed a non credere alle parole dei "ciarlatani"?
In particolare, in quella settimana già critica perché si erano verificate più scosse consecutive, non si è pensato di tutelare i giovani studenti universitari che popolavano L'Aquila chiudendo anticipatamente l'Università, come invece già avvenute per altre scuole?"
Questa particolare colpa, "culpa in vigilando" è trattata con forte severità dal nostro codice che pare non esista per coloro che vivono e operano a l'Aquila.
"Ammesso che i terremoti non si possano prevedere ma si possono invece prevenire eventuali conseguenze, perché la protezione civile ha invitato la popolazione a rientrare in casa invece che esporre il problema e lasciare ai singoli la responsabilità di dover andare incontro a un evento casuale si, ma in parte preannunciato dalla turbolenza sismica dei mesi precedenti alla catastrofe?
Ma oltre il danno anche la beffa.
A distanza di meno di un mese da quella fatale e tragica notte, molti dei genitori di quelle giovani anime, morte il 6 aprile scorso, non hanno avuto conforto alcuno nella loro condizione luttuosa da parte delle autorità, che invece si sono espresse sopratutto sugli aspetti economici, culturali e organizzativi del terremoto.
Questo evento anzi è servito e serve da vetrina mediatica per le gare di solidarietà e di iniziativa di gruppi e persone che su questo fatto speculano in visibilità e propaganda.
Si parla degli investimenti che si devono affrontare per ricostruire le case, quelle che sono state le bare dei nostri figli, di quei giovani che le pensavano sicure benché costose.
Infatti, uno dei commerci più importanti de l'Aquila, come, di altre città universitarie, è quello dell'ospitalità agli studenti.
I quali non possono andare in sedi più vicine e meno costose rispetto alla loro abitazione familiare, perché grandi città come Roma (non hanno residenze universitari e gli atenei sono così intasati che per un giovane è quasi impossibile non sprecare diversi anni del suo curriculum universitario alla ricerca della sede e alla frequenza del corso prescelto).
Ecco che L'Aquila non viene scelta perché è una bella sede climatica, nel cuore dell'Abruzzo e ai piedi del Gran Sasso, ma perché spesso per chi sceglie facoltà scientifiche offre la garanzia di non protrarre alle calende greche il corso di studi.
Di questi fatti non si parla.
Non si parla della condizione universitaria, e della speculazione che sulla condizione dello studente si consuma a diversi livelli, quello della casa per primo.
Oggi siamo arrivati al paradosso che saranno rifinanziati anche i proprietari di quelle case fatte di "sabbia di mare", i quali avranno buon gioco a prendersela con i costruttori, i quali a loro volta troveranno il modo di evadere le leggi che li obbligano a rispettare determinati parametri.
Ingordi e bulimici anche in questo tragico momento, insaziabili di denaro cercano di speculare anche sulle disgrazie: il Rettore si dichiara non responsabile di ciò che accade di notte, la padrona di casa, almeno quella proprietaria dell'abitazione dove stava mio figlio, non mi ha fatto neanche le condoglianze.
Allora mi chiedo qual è L'Aquila che dovrebbe rivolare, come declamano i manifesti pubblicitari?
Quell'animale rapace che esiste anche sotto specie umane? E' importante salvare la memoria, ripete Bruno Vespa e noi siamo d'accordo.
E' bello aver trovato città che si gemellano con L'Aquila per ricostruire monumenti, storici e religiosi, ma è altrettanto, se non più importante, ricordare chi è morto nel terremoto come vittime del lavoro, quel lavoro per antonomasia che è lo studio universitario, fatto di perseveranza, autodisciplina,senso del sacrificio e anche naturalmente tanto amore, come quello che mio figlio dedicava allo studio delle biotecnologie.
Voleva fare il ricercatore, si appassionava delle scienze legate al mondo della natura, ai suoi fenomeni più imprevedibili e particolari.
Ricordo l'emozione che in lui, scolaro delle elementari, aveva suscitato l'eruzione dell'Etna.
Voleva studiare un modo per bloccare la lava, aveva fatto disegni e scritto lettere.
Più avanti negli anni leggeva Focus, raccoglieva e classificava piante, aveva fatto dello studio della natura e delle tecnologie non invasive che adesso si potevano applicare la ragione delle sue giornate e della sua vita.
Non penso che sia l'unico, tra i ragazzi scomparsi, che fosse arrivato a L'Aquila spinto proprio dal desiderio di portare avanti a livello universitario interessi così precisi e profondi.
Ma il terremoto de L'Aquila servirà anche a parlare della ricerca, del diritto dei nostri figli ad avere studi all'altezza di quelli dei loro coetanei europei?
Un altro grande dolore, e questo tutto evitabile, è stato provocato dal modo, totalmente non trasparente e affrettato, in cui le salme sono state trattate.
A parte il via vai di bare che si incrociavano e si perdevano in chissà quali meandri, (arrivavano infatti quella della protezione civile, dirottate a un certo punto verso destinazione sconosciute per far posto a quelle portate dall'azienda che ha preso in carico le funzioni funebri di tutti i defunti), inaccettabile è stato il modo con cui le salme, dopo l'obitorio e gli accertamenti previsti, sono state accatastate nelle bare stesse.
Nessuna preventiva pulizia dai calcinacci, nessuna attenzione a vestirle e presentarle ai cari, fretta e approssimazione poiché i morti erano tanti e non bisognava andare per il sottile!
Personalmente ho ripreso, discutendo e litigando, il corpo di mio figlio per dargli le cure e la dignità che non può essere sostituita con fanfare pubbliche e bandiere patriottiche.
Inoltre, qual è il mandato della Protezione Civile, quello che ha sostenuto il Dott. Bertolaso al TG1, ovvero che la Protezione Civile è il pronto soccorso dell'emergenze!
Quindi Non Protezione, Non Prevenzione, ma Supporto agli aiuti e alle persone una volta che la catastrofe è avvenuta.
Forse bisognerebbe rivedere questo mandato e lo scopo di questo organismo.....
Io chiedo a questo Paese una giustizia civile che individui delle responsabilità e dia il segnale che non si può fare tutto quello che si vuole sulla pelle delle persone.
Ma vorremmo anche che le vittime fossero ricordate, una per una, con delle borse di studio che il nostro Governo dia a giovani che vogliano intraprendere gli studi interrotti da queste giovani vite spente in una notte di aprile.
Nessuno ce le riporterà a casa, ma sarà un modo per ricordarle.
E come ricordarle se non parlarne, parlare delle loro vite, dei loro sogni, desideri. Parlare dei loro traguardi raggiunti e che avrebbero voluto raggiungere.
Invece anche questa volta e in questa occasione la nostra politica e chi la governa ne ha approfittato per poter fare sfilate e propaganda elettorale e non per fare giustizia, giustizia che è dovuta a chi non c'è più e a chi resta.
Giustizia penale, civile ma anche etica e morale.
Come quella di chi poteva far qualcosa e non l'ha fatto, dalla protezione civile al governatore della regione, dal magnifico rettore al sindaco, dagli organi di stato a quelli dell'informazione.
Giustizia che continuano a non fare non parlando delle VITTIME.
Sergio Bianchi Il Padre di Nicola Bianchi
(2 maggio 2009)
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